In questo momento surrealistico, in cui la lontananza dalle radici familiari è relmente presente, è come fossi davanti ad un “falso specchio”. Spesso la mente fugge e mi ritrovo a pensare alla mia infanzia, alla gioventù, alle scelte di vita. Poi mi risveglio ed il sogno si scontra con la realtà un pò come nella pittura di Magritte.
Infatti l’intento della pittura di Magritte che va dal 1925 al 1936 consisteva nella ricerca sistematica di un effetto poetico sconvolgente, dettato dall’accostamento di oggetti tratti dalla realtà che non avessero alcun nesso tra di loro né con il contesto in cui erano inseriti. La volontà di Magritte era “di far urlare il più possibile gli oggetti più familiari”.
Il falso specchio (1928) è uno degli esempi più eclatanti di questa nuova poetica. La superficie è occupata da un enorme occhio aperto, e a parte il primissimo piano così inusuale, non ci troviamo assolutamente nulla di particolare, tranne per il fatto che l’iride è un cielo attraversato da nuvole. La pittura è manifestamente rozza, anche se sarebbe più opportuno dire banale. Sembra il disegno di un libro sul disegno, o un disegno tratto da un giornale di medicina. Ma quello che colpisce è l’iride, dove la pupilla prende le sembianze di un sole nero in mezzo a un cielo inquieto in cui si addensano candide nuvole. Si tratta di un trompe l’oeil, tanto caro ai surrealisti e di cui Magritte è stato un maestro.
A questo punto si profila una doppia interpretazione, il cielo è un riflesso della realtà specchiata nell’occhio, oppure, come suggerisce il titolo, il falso specchio ritrae dall’interno non quello che l’occhio vede ma quello che vorrebbe vedere?
Forse è un sogno che affiora dal subconscio, l’arte non come rappresentazione ma come concetto, la scandalosa unione di aspetti che la vita quotidiana tende a selezionare e a collocare in categorie separate.
La stessa immagine ispirò la prima scena di Un chien andalou di Bunuel e Dalì, girato nello stesso anno e considerato il primo film surrealista, in cui la luna attraversata da una nube muta in un occhio tagliato da una lama, dove la metafora allude alla negazione dell’idea naturalistica di pittura. Il fondamento di una nuova arte, che non nasce più dall’impressione visiva, ma da associazioni inconsce, da un più naturale ed eversivo processo di costruzione mentale.
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